Una riflessione del direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Cerignola-Ascoli, don Antonio Miele, sulle proteste in corso – che hanno toccato particolarmente il suo territorio – perché siano voce di speranza e non di distruzione.
Cerignola – Ci sono immagini che riportano la memoria a momenti che nessuno vorrebbe rivivere. In diverse parti d’Italia, e in particolare a Cerignola, le strade e i negozi semivuoti, le saracinesche abbassate e le attività ferme ricordano, per certi aspetti, i giorni drammatici del Covid. Una città ferma, non per paura di un virus, ma per dare voce a un malessere profondo: il costo della vita che aumenta, le difficoltà di chi lavora, le preoccupazioni di agricoltori e autotrasportatori, le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese e la crescente oppressione di chi è sempre più povero finendo presto di consumare anche i pochi risparmi.
La protesta come partecipazione collettiva
Cerignola ha dimostrato che la protesta può diventare partecipazione collettiva. La mobilitazione ha portato in piazza migliaia di persone, unite dalla richiesta di attenzione e di risposte concrete. Una comunità che si ritrova, che sceglie di non restare in silenzio davanti alle difficoltà, rappresenta un segnale importante per le istituzioni. Il disagio sociale non può essere ignorato, né liquidato come una semplice manifestazione di rabbia. Anche il Vescovo diocesano Mons. Ciollaro, scendendo in piazza, ha ricordato che: “I problemi sono complessi, le soluzioni non sono facili, a livelli diversi: l’Italia, Bruxelles, ecc. Ma una cosa la capiamo bene ed è questa: mentre il carovita sta crescendo e si ripercuote in primo luogo sulle fasce più deboli e sui più bisognosi, si stanno destinando cifre enormi al riarmo. Sono state fatte delle scelte impensabili e si continuano a fare come se niente fosse: spostamenti di bilancio, somme spropositate in direzioni che non riusciamo a capire né approvare”.
La necessità di manifestazioni pacifiche
Ma c’è una condizione fondamentale perché uno sciopero possa davvero produrre frutti: deve restare pacifico. Manifestare è un diritto, far sentire la propria voce è legittimo, chiedere cambiamenti è necessario. Tuttavia, la protesta perde il suo significato quando si trasforma in violenza, quando danneggia negozi, aggredisce persone o ferisce la dignità di chi lavora. Le scene di devastazione e saccheggio viste a Milano sono l’esempio di ciò che non deve accadere. A pagare, in questi casi, sono spesso gli stessi lavoratori e commercianti che ogni giorno affrontano sacrifici per tenere aperte le proprie attività.
La rabbia può accendere una protesta, ma soltanto la responsabilità può trasformarla in cambiamento. Non si difendono i diritti distruggendo quelli degli altri. Non si costruisce un futuro migliore mettendo in ginocchio chi condivide le nostre difficoltà. La forza di una manifestazione si misura nella capacità di esprimere dissenso senza calpestare nessuno.
L’emergenza educativa
Ed è qui che si apre un’altra questione, forse ancora più urgente: l’emergenza educativa. Le violenze che vedono protagonisti anche giovanissimi non possono essere affrontate soltanto con la repressione. Servono regole, certo, ma anche adulti capaci di educare, famiglie presenti, scuole autorevoli e comunità che non rinuncino al proprio compito. I ragazzi hanno bisogno di esempi, di ascolto e di responsabilità, non di modelli che confondano la libertà con la prepotenza.
Hanno bisogno soprattutto di aggregarsi per far convergere le forze per costruire qualcosa di bello e non lasciarsi andare in una spirale di violenza e di prepotenza come quella che si è vista.
La sfida che ci attende
La sfida, dunque, non riguarda soltanto il lavoro e il caro vita. Riguarda il tipo di società che vogliamo costruire. Cerignola, con la sua mobilitazione, ha mostrato la forza di una comunità che sa unirsi. Ora quella forza deve tradursi in dialogo, proposte e impegno educativo. Perché uno sciopero raggiunga il suo obiettivo non basta fermare una città: bisogna riuscire a rimetterla in cammino, senza distruggere ciò che appartiene a tutti.








