Questa sera nella Basilica Minore della Madonna del Pozzo di Capurso è in corso l’ordinazione diaconale di fra Giuseppe Piarulli. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare come è arrivato a questo importante momento del suo percorso vocazionale.
Capurso – In questi giorni la comunità della Basilica Minore della Madonna del Pozzo ha accompagnato fra Giuseppe Piarulli durante gli ultimi passi prima dell’ordinazione diaconale. La sera del 2 giugno alle 20 è stata celebrata una veglia di preghiera, presieduta da fra Filippo D’Alessandro, Vicario Provinciale, che è iniziata con una processione dalla Basilica fino al pozzo, dove si è svolta anche l’adorazione. Durante la veglia, si è parlato della vocazione al servizio, confrontando Maria, emblema del diaconato per la sua vita vissuta a servizio degli altri e nel silenzio, con la vocazione del diacono che deve attingere a ciò che Maria ha insegnato. Prima dell’adorazione, fra Giuseppe ha letto un atto di affidamento a Maria, a cui ha affidato la sua vita, la sua storia, offrendo a lei le sue fragilità e il suo servizio di diacono – che sarà svolto anche attraverso l’arte, in quanto studente presso l’Accademia delle Belle Arti di Bari- e chiedendo a lei di insegnargli l’arte del servizio.
L’intervista
Mentre la comunità in cui presta servizio fra Giuseppe lo accompagnava con la preghiera, alla vigilia dell’ordinazione diaconale, abbiamo voluto sentire dalla viva voce del giovane frate pensieri, sentimenti ed emozioni che lo attraversavano in questo tempo della sua vita.
Come arrivi all’ordinazione diaconale? Quali le attese per questo particolare momento che vivrai?
Arrivo all’ordinazione diaconale innanzitutto con tanta gratitudine. Non ci arrivo come uno che ha capito tutto, anche perché mentirei, ma come uno che si sente accompagnato da Dio dentro una storia fatta di chiamate, cadute, ripartenze, paure e tanta, tanta misericordia.
Per me il diaconato non è semplicemente un “passaggio” verso il sacerdozio, ma è già un dono grande! È il momento in cui la Chiesa mi chiede di assumere in modo più profondo la forma del servizio. La parola “diacono” richiama proprio questo, il servizio. E credo che oggi ci sia bisogno di ministri che non si sentano al di sopra degli altri, ma accanto; non protagonisti, ma strumenti.
Arrivo, dunque, a questo momento con il desiderio di dire al Signore: “Eccomi, con quello che sono, non perfetto, ma disponibile”. L’attesa più grande è vivere questa ordinazione non come un traguardo personale, ma come un nuovo inizio. Un inizio in cui la mia vita possa appartenere un po’ di più a Dio, alla Chiesa, ai fratelli, ai poveri, alla gente che incontrerò.
Quali sensazioni ti attraversano in vista dell’ordinazione?
Mi attraversano tante sensazioni insieme. C’è gioia, sicuramente. Una gioia profonda, non rumorosa, ma vera. Poi c’è anche emozione, perché ti rendi conto che sta accadendo qualcosa di grande, qualcosa che supera me stesso.
Sento anche un po’ di timore, ma non un timore che blocca. È quel timore buono che nasce quando capisci che non stai giocando, che la vita consacrata e il ministero ordinato non sono cose da prendere alla leggera. È come stare davanti a qualcosa di più grande di te e dire: “Signore, io da solo non ce la faccio, però se Tu ci sei, posso fidarmi”.
In questi giorni sento molto il peso bello della responsabilità. Penso alla mia fraternità, alla mia famiglia, in particolare a mia nonna che attendeva con trepidazione questo momento e che oggi lo vivrà direttamente dal Cielo, alle persone che mi hanno accompagnato, a chi ha pregato per me anche in silenzio. E sento che non arrivo a questo momento da solo: ci arrivo portando dentro tanti volti.
In questo tempo la fraternità ti ha accompagnato? Ne hai avvertito il sostegno? In che modo?
Sì, la fraternità mi ha accompagnato molto. E lo dico con sincerità: in un momento così, il sostegno dei fratelli è fondamentale. A volte non servono grandi discorsi. Basta una parola detta al momento giusto, una battuta fraterna, una preghiera condivisa, uno sguardo che ti fa capire: “Ci siamo, camminiamo con te”.
La fraternità mi accompagna soprattutto aiutandomi a restare con i piedi per terra. Perché un momento così può essere molto emozionante, ma la vita fraterna ti ricorda che la vocazione si vive nelle cose concrete: nella preghiera, nel servizio, nella pazienza, nella quotidianità, anche nelle fatiche.
Avverto il sostegno dei frati, dei giovani della Gi.fra., delle persone che mi vogliono bene. Mi sento custodito. E questo mi commuove, perché capisco ancora di più che la vocazione non è mai una storia privata. È sempre una storia condivisa. Dio chiama una persona, ma attraverso quella chiamata non esclude nessuno, coinvolge tutti!
Come i tuoi studi in Accademia delle Belle Arti e la tua arte si inseriscono in questa fase di novità per il tuo cammino?
L’arte, per me, non è qualcosa di separato dalla vocazione. Non è un hobby accanto al cammino francescano: è un linguaggio attraverso cui sento di poter annunciare il Vangelo.
Studiare in Accademia, scolpire, disegnare, modellare la materia mi sta insegnando tanto anche spiritualmente. L’arte ti educa all’attesa, alla pazienza, all’ascolto. Una scultura non nasce subito: devi guardare, togliere, correggere, ricominciare. E in fondo anche Dio lavora così con noi: ci plasma lentamente, con delicatezza, senza mai stancarsi.
In questa fase nuova, sento che l’arte può aiutarmi a vivere il ministero con uno sguardo più umano. L’artista impara a vedere ciò che spesso passa inosservato. E credo che anche un diacono debba avere questo sguardo: accorgersi delle ferite, delle domande, della bellezza nascosta nelle persone.
Per me arte e ministero si incontrano proprio qui: nel desiderio di servire l’uomo, di custodire la sua dignità, di dire attraverso la bellezza che Dio è vicino.
L’ordinazione ti ha ispirato e/o fatto produrre nuove opere?
Sì, questo tempo mi sta ispirando molto, anche se non sempre in modo immediato. A volte prima nasce qualcosa dentro, poi arriva l’opera.
L’ordinazione mi sta facendo guardare con più intensità alcuni temi: le mani, il servizio, il volto di Cristo, il dono di sé. Mi colpisce molto l’immagine delle mani: mani che servono, che benedicono, che spezzano il pane, che rialzano, che accolgono. Credo che il ministero passi molto dalle mani, ma ancora prima dal cuore.
In questo periodo sento anche più forte il desiderio di rappresentare un Cristo vicino, umano, accessibile. Non un Cristo distante, ma un Cristo che si lascia toccare, che si china, che lava i piedi, che si consegna, proprio come uno degli ultimi disegni che ho realizzato e rappresenta appunto, un Cristo chino per terra mentre, con le sue mani, lava i piedi di un discepolo. In fondo il diaconato mi richiama proprio questo: non salire, ma scendere; non occupare un posto, ma mettersi a servizio.
Quindi, sì, l’ordinazione sta generando immagini, intuizioni, desideri artistici. Alcuni forse diventeranno opere vere e proprie, altre resteranno dentro come preghiera.
Quali le tue speranze per questo nuovo ministero?
La mia speranza più grande è essere un diacono dal cuore semplice. Non perfetto, perché la perfezione non appartiene a noi, ma vero. Vorrei essere un ministro capace di ascoltare, di stare vicino, di non avere paura delle fragilità mie e delle persone.
Spero di poter servire la Chiesa con gioia francescana, senza perdere il contatto con la gente, soprattutto con chi si sente lontano, ferito, giudicato o non abbastanza degno. Mi piacerebbe che attraverso il mio servizio, qualcuno potesse sentire almeno un po’ questo: “Dio non si è dimenticato di me”.
Spero anche di vivere il diaconato come scuola di umiltà. Perché servire non è sempre romantico: a volte è faticoso, nascosto, silenzioso. Però è lì che il Vangelo diventa concreto.
E poi spero di continuare a unire fede, arte e vita. Se il Signore mi ha dato una sensibilità artistica, credo che non sia per tenerla per me, ma per metterla a servizio. Vorrei che il mio ministero fosse anche questo: aiutare le persone a riscoprire la bellezza di Dio, la bellezza della fede, la bellezza dell’essere umani.